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Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
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Cucina
Dossier
Tartufi
TARTUFO
RE DELLA TAVOLA il tubero più buono che ci sia
Almalinda
Giacummo
Nel
XVI secolo il medico senese Mattioli, riportando autori greci e romani,
scriveva: «…i tartufi sono radici tonde, senza fronde e senza fusto, di
colore rossigno...»; «Laertio... si guastò i denti dinanzi, mangiando un
tartuffo, nel quale era dentro un danaio: il che dimostra che la terra di sua
natura si raccoglie in se medesima, e si condensi». E secondo Avicenna «i
tartufi son composti di più terrestre sustanza che acquea, e son privi di ogni
sapore. Generano melanconici e grossi humori, più che tutti gli altri cibi, e
oltre a ciò paralesia e apoplesia. Digerisconsi malamente e aggravano lo
stomaco». Questo si diceva nell’antichità su questi funghi che appartengono
per lo più al genere Tuber: Sono i corpi fruttiferi sotterranei di funghi che vivono in
simbiosi micorrizica con piante superiori, per lo più querce, pioppi e
noccioli. Questi funghi avvolgono con le ife le estremità delle radici giovani
e si sostituiscono ai peli radicali, scambiando quindi sostanze con la pianta
stessa, secondo alcuni ormoni e simili compresi. Dopo un po’si formano i corpi
fruttiferi tuberoidi che noi chiamiamo tartufi: sono composti da una corteccia
esterna, detta peridio, di
colore e di aspetto variabile, e di una parte interna con ife sterili, dette
vene, che delimitano cavità piene di aschi con le loro ascospore, con una o più
aperture a seconda della specie. Per distinguere una specie dall’altra si
guardano la struttura interna, la forma degli aschi, il numero e la forma delle
ascospore ed il colore.
TARTUFO NERO (tuberum melanosporum) E’ una delle specie più importanti, ha il
peridio verrucoso e scuro, così come la porzione centrale scura e numerose ed
intricate vene chiare. Ogni asco ha tre o quattro ascospore con episporio
aculeato: è una specie molto profumata e pregiata.
TARTUFO BIANCO (tuberum magnatum) Ha il peridio liscio e di color ocra pallida,
mentre l’interno al massimo dà sul rossiccio con vene chiare. Ogni asco
presenta da una a quattro spore non aculeate ma con episporio reticolato.
Preferisce terreni calcareo-argillosi ed i corpi fruttiferi maturano in
autunno-inverno. E’ il più pregiato.
Sono
chiamati tartufi bianchi anche i corpi fruttiferi di Terfezia che all’esterno
sono lisci, più o meno vellutati e di colore scuro, all’interno invece sono
chiari, con ife sterili e tante distinte cavità che presentano aschi sferoidali
o ovoidali e per ognuno otto spore con episcopio reticolato ed echinulato. La più
nota è la Terfezia leonis, con spore
ad episporio verrucoso con esterno liscio e chiaro, dal profumo delicato,
presenti in Italia meridionale ed in Sardegna.
Esistono poi altre specie di tartufi come il Tuberum
aestivum, il brumale o tartufo
violetto, l’uncinatum, il mesentericum, l’excavatum
o tartufo giallo...
Bisogna essere esperti per praticare la raccolta dei tartufi, ogni stagione ha
il suo: il magnatum si raccoglie dall’autunno alla primavera successiva, l’aestivum
in maggio e giugno. Il fungo sbagliato è privo di profumo e di sapore, che non
verranno neanche dopo una maturazione artificiale. Vengono raccolti anche corpi
fruttiferi di Terfezia e di Choiromyces. La raccolta può avvenire “a la
marque”, osservando sul terreno piccole fessure
e piccoli rialzi; “a la mouche” osservando gli sciami di piccoli ditteri che
svolazzano sulle tartufaie per poi depositare un uovo all’interno del tartufo;
“a la sonde”, battendo il terreno con uno spiedo ed ascoltandone il diverso
rumore quando è presente un tartufo o, ancor peggio, ”a la pioche” zappando
random tutto il terreno. Il metodo tradizionale resta il migliore: cani
addestrati, a volte anche maiali, per lo più femmine, che scovano i tuberi
migliori e più stagionati. Esistono varie scuole di pensiero su quali siano le
razze di cani migliori: la teoria più accreditata sembra essere quella della
prova diretta. Si fanno annusare i tartufi ai cani, chi se li vuole magiare sarà
un buon cercatore.
Esistono altri funghi che non appartengono al genere tuber che però vengono
spesso “confusi e usati” per sofisticare i tartufi veri, tra questi le
sclerodermatacee, molto comuni nei nostri boschi, anche se all’interno sono
molto diversi avendo un corpo fruttifero più o meno globoso.
Il tinctorius cresce su terreni
sterili, aridi e sabbiosi, con corpo fruttifero globoso pieno di distinte ed
evidenti concamerazioni con una superficie di taglio simile ad un marmo bianco
con vene scure: viene chiamato anche Tartufo di Boemia. Si usa senza peridio e
tagliato a fettine sottili seccate: conferisce un sapore piccante.
Il Rhizopogon è un tuberoide con
spesso peridio con numerose ife intrecciate e simili a radici e barbe;
all’interno le concamerazioni hanno minuscoli basidi con due-otto spore lisce,
ialine ed allungate. Per la sua rassomiglianza con il Tubero per eccellenza
viene chiamato “tartufo falso”.
Le Aspergillales Elaphomycetaceae sono
funghi con un peridio duro e pluristratificato con aschi separati da un
complesso di ife sterili, simili a quelle dei tartufi e vengono chiamati
“tartufi dei cervi”.
I Choiromyces crescono nei boschi di
latifoglie europei, sono quasi completamente ipogei ed esternamente hanno un
colore giallocrema che diventa fulvo
con il tempo; la gleba interna è bianca con vene ondulate e scure, l’odore
gradevole. Il suo valore è estremamente inferiore a quello del fungo Tuber
bianco vero e proprio, ma viene spesso usato nelle sofisticazioni.
Il tartufo del Canada è in realtà un Helianthus
tuberosus, chiamato anche topinambur: i tuberi sono di forma irregolare ed
hanno un sapore gradevole da alcuni assimilato a quello del cuore di carciofo.
La ricerca dei tartufi viene normalmente affidata a cani esperti, il cui
addestramento è serio ma ben ripagato dal generoso padrone. Non esiste una
razza specifica, secondo i cercatori il cane migliore è quello a cui piace o,
meglio, piacerebbe mangiare il tartufo e ne sente facilmente il profumo
scovandolo anche a notevole profondità. Il bravo addestratore premia il cane ed
è abile nel lavorare con il suo animale per la raccolta: sul corpo fruttifero
restano solo pochi segni delle zampe dell’animale. Un tempo venivano usati
anche i maiali, per lo più le femmine, cui veniva inserito un elemento
metallico di traverso nella bocca per impedire che mangiassero “il
raccolto”, ma il loro impiego era di breve durata: i maiali crescono
rapidamente di stazza, anche incrociandoli con i cinghiali nostrani, hanno
sempre una taglia consistente che ne rende difficile la gestione, oltre a
possedere un carattere difficile.
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